Definire un concetto: il populismo

Che cos’è il populismo, termine che viene evocato ormai da anni in modo ossessivo? Alcuni lo usano come epiteto offensivo, altri lo rivendicano come una medaglia di cui andar fieri[1], altri ancora lo definiscono come un nuovo spettro che, dopo il comunismo, si aggira per l’Europa.

Nonostante il termine sia studiato dagli anni ’50, è negli ultimi due decenni che l’attenzione per il termine è aumentata in maniera esponenziale. Un aumento dovuto soprattutto alla crescita elettorale ed al successo di partiti populisti. Ad un incremento dell’interesse in sede scientifica se ne è aggiunto uno valoriale in senso negativo: essere “populista” è un’offesa, cosicché il termine assume le sembianze di un oggetto contundente da scagliare contro il nemico di turno per macchiarlo nella sua reputazione. A tale discredito sul piano valoriale non corrisponde tuttavia un affossamento di tali movimenti: i populisti non hanno paura di essere chiamati tali e più ci si sforza di attaccarli più la loro forza aumenta, tanto da decretarne alcuni successi e tante, tantissime scalate elettorali.

Questo articolo, lungi da volerne fornire una definizione definitiva, cerca di fare chiarezza su di un fenomeno il cui utilizzo è troppo spesso distorto e rischia di non conferire più un valore euristico al termine in uso. Solo fornendo definizioni precise alla realtà sociale che ci circonda siamo in grado di capirla e modificarla. Non mi dilungherò quindi sull’identificazione dei vari tipi di attori che incarnano questo sentimento in tutto il Mondo, ma individuerò le linee guida che lo contraddistinguono.

Non ritengo che il giorno dopo il successo del leave referendario nel Regno Unito si debba fare un processo agli elettori anziani o alla classe operaia[2] o si debba reclamare il tentativo, quanto mai incredibile se fosse andato in porto, di far ripetere la consultazione elettorale[3]. Lo stesso referendum che è stato descritto da alcuni osservatori come “minaccia per i sistemi parlamentari” e quale “strumento ostile alla democrazia parlamentare”[4]. Allo stesso modo, non ritengo che il giorno dopo l’elezione di Trump si debba gridare alla fine del Mondo, sostenendo che l’orologio dell’apocalisse sia più vicino alla mezzanotte[5]. Si corre così il rischio di confondere la bellezza della parola democrazia con una formula che va tanto bene quanto la classe dominante si mantiene nella cabina di regia del potere, per poi metterne addirittura in discussione i meccanismi quando a prevalere siano gli avversari sporchi brutti e cattivi, come nei casi precedenti. La democrazia è, come tutti i meccanismi di gestione del potere, un gioco: gli esiti sono causati sia dal tipo di regole sia dalla bravura a competere in base ad esse.

 

Seguendo una definizione efficace e schematica, il populismo è per Mudde la “rappresentazione di due gruppi antagonistici”, dove in basso c’è il popolo virtuoso ed in alto l’élite corrotta, e per il quale “la politica dovrebbe essere espressione della volontà generale del popolo”. Arricchendo il discorso, il populismo per Tarchi è una “mentalità che individua il popolo come una totalità organica artificiosamente divisa da forze ostili” alla quale vengono attribuite tutta una serie di attribuiti positivi, contrapposti all’ipocrisia, all’inefficienza ed alla corruzione delle oligarchie politiche e “ne rivendica il primato come fonte di legittimazione del potere, al di sopra di ogni forma di rappresentazione e di mediazione[6]. Si parla appunto di mentalità, ovvero di una forma mentis, tale che non abbia la rigidità e la complessità di un’ideologia, ma nemmeno la vaporosità di uno stile. Anzi, come scrive Sandru “appropriandosi di elementi appartenenti ad altre ideologie […] il populismo può diventare compatibile con qualsiasi altra ideologia”[7]: il populismo ha un nocciolo intimo molto sottile, malleabile, che gli permette di diventare compatibile con le visioni del mondo più varie ed apparire alle latitudini più diverse. Il populismo non ha una componente ideologica fissa: è per sua natura camaleontico[8], si adatta al meglio nel territorio dove si trova, per sfruttare ogni volta le occasioni che il contesto gli presenta. Non esiste una vera e propria ideologia populista, un insieme di valori che vengono fatti propri in diversi tempi e spazi. Viceversa, a latitudini diverse, il populismo approfitta di strumenti diversi per concretizzarsi, in virtù di una mentalità in grado di adattarsi alle diverse realtà sociali di riferimento e trarne il massimo in termini di successo elettorale.

Lo stile populista dipinge la realtà con dei toni netti, senza sfumature, secondo una visione manichea della società, divisa nella dicotomia della “piazza” contro il “palazzo”. Ai cittadini comuni è stato sottratto lo scettro del potere dalla classe politica, corrotta ed asservita agli interessi dei gruppi di pressione e dell’alta finanza, che se ne fa uso per portare avanti i propri interessi, indifferente ai bisogni ed alle prerogative del popolo.

Beppe Grillo in una recente immagine ANSA/ GIORGIO BENVENUTI

Guardando il quadro da prospettive differenti il suo significato non cambia: il populismo non nasce mai in modo proattivo, ma in retroazione. Quelli dove si manifesta sono contesti contraddistinti da forti deficit di democraticità, da perdita di confidenza nelle istituzioni, dalla prolungata sordità della classe dirigente alle richieste del popolo. Si prendano ad esempio il movimento degli Indignados, o Movimento 15-M, che in Spagna ha dato linfa alla creazione di Podemos, o ai Vaffa-day, giornate di mobilitazione promosse in Italia da Beppe Grillo, dalle quali hanno preso il via le affermazioni del Movimento 5 stelle su scala locale e nazionale.

Il populismo adotta un pensiero rapido che ridiscute la temporalità dei processi decisionali. Come sottolinea Hermet il populismo possiede una “concezione antipolitica della temporalità”[9], poiché pretende di ottenere soluzioni istantanee a qualsiasi problema. Le decisioni politiche sono infatti tirate per le lunghe dalla classe politica con l’unico scopo di farle prendere tempo per curare i propri interessi sotterranei, non perché davvero lo richiedano. Per risolvere i problemi della politica non ci vogliano tempi lunghi o chissà quali contrattazioni, ma basta la correttezza e la semplicità “del buon padre di famiglia”.

E’ qui, nell’alterazione della temporalità dei processi decisionali che l’argomentazione populista mostra delle lacune. Fondamentale arma di propaganda, alla realtà dei fatti i processi decisionali stessi hanno delle tempistiche che non possono rendersi istantanee. Per capire che le cose non sono così semplici da cambiare, e che non basta solamente il sano buonsenso per governare, basta guardare quando gli stessi populismi arrivano al governo, la cui capacità di governo risulta disarticolata od incapace a prendere strategie di lungo respiro. Si pensi all’UKIP il cui leader Nigel Farage si è dimesso subito dopo il suo successo per la Brexit ed il cui risultato elettorale alle consultazioni dello scorso giugno è stato disastroso, si pensi all’elezione di Trump, la cui presidenza presenta molti tratti di ambiguità in merito alle promesse fatte in campagna elettorale, specialmente in materia di politica estera, o ancora alle palesi difficoltà del Movimento 5 stelle che, oltre ad avere contro tutto l’establishment, sta pagando nella gestione del comune di Roma.

Il populismo è perciò una medicina sbilanciata, cura efficacemente diversi mali sul breve periodo ma sul lungo può produrre controindicazioni pericolose, specie in contesti dove la democraticità delle istituzioni è ancora acerba. Il populismo, al di là di ogni formula, individua un male concreto: un deficit di democraticità e fiducia nelle istituzioni democratiche che mai si era visto nella storia della democrazia, generato da una classe politica sempre più indifferente alle pretese del popolo, dalla perdita di sovranità degli stati nazionali e dal propagarsi delle logiche di mercato che comprimono sempre di più le istituzioni democratiche. In contesti dove le stesse istituzioni democratiche sono ben oliate, i movimenti populisti svolgono un ruolo fondamentale di contenimento dello scontento sociale. Infatti “hanno la funzione di mantenere all’interno o ai margini del sistema politico individui o gruppi che tendono ad allontanarsene per assumere un atteggiamento passivo o un comportamento di protesta che può andare fino all’espressione violenta di un malcontento contro l’intero sistema sociale e politico”[10], fornendo un’ancora di salvezza ad elettori scontenti ma che vogliono continuare a far sentire la loro voce in modo democratico.

Seguendo questa scia, proponendosi come competitori in contesti democratici i movimenti populisti contribuiscono a legittimare le regole del gioco democratico, in quanto canalizzano il malcontento di ampi strati della popolazione[11]. Tuttavia, proprio per questo loro richiamo all’organicità del popolo ed alla superiorità della sua volontà rispetto a qualsiasi norma, il rischio dei movimenti populisti è quello di rompere gli argini democratici in situazioni ove la democrazia non abbia ancora ricevuto un consenso diffuso. La richiesta di eliminare ogni mediazione tra capo e massa, il bisogno di prendere decisioni rapide scavalcando i luoghi tradizionali di presa delle decisioni possono mettere seriamente a rischio la stabilità democratica di regimi ove tali meccanismi sono ancora acerbi. In questo senso il laboratorio dell’America Latina è esemplare: non si contano i golpe militari che in nome dell’integrità del popolo si sono svolti[12]. Sarebbe utile che i movimenti populisti rappresentassero uno spauracchio costante, specie per la classe politica europea, che gli ricordassero continuamente gli obblighi ei i doveri cui deve attenersi, migliorando il grado di accountability, la trasparenza del processo decisionale e promuovendo un’inclusione più incisiva dei cittadini nei processi decisionali.

Il populismo non è una febbre dalla quale bisogna curarsi, ma un semplice attore politico che canalizza uno scontento e se ne fa portatore dinanzi alla classe politica. I suoi successi devono essere un monito per l’Europa per riflettere su se stessa, per capire i suoi errori e ricalibrare le sue politiche, prima che sia troppo tardi. Le incapacità e le debolezze dei populismi, se vi sono, devono essere messe a nudo e combattute sul terreno delle argomentazioni razionali e non dell’evocare chissà quali demoni. L’offesa, la drammatizzazione, la paura non farà altro che farli crescere e dare loro ragione, in modo logicamente inevitabile: quello che è accaduto a Trump, che nella sua candidatura alla presidenza degli Stati Uniti aveva tutto, ma proprio tutto l’establishment contro, ne è la dimostrazione più solare. Se il populismo, questo nuovo spettro che si aggira per l’Europa è cresciuto e sta mantenendosi in salute è solo grazie alla classe politica attuale che ogni giorno che passa lo fa ingrossare.

Come sottolineato da Tarchi “quel che vogliono [i populisti ndr.] è: risposte concrete ad istanze che lo sono altrettanto. Ragionamento con la pancia? Può darsi […] ma non è con la pancia che hanno ragionato tutti quegli operai e contadini che, già da fine Ottocento, hanno dato corpo al socialismo, per assicurarsi un più dignitoso orizzonte di vita? Nessuno degli attuali spregiatori del populismo glielo ha rimproverato. E a ragione[13].

Ed è proprio su questo piano che si gioca la partita: se la classe politica perpetuerà fenomeni di corruzione ed incapacità decisionale, il sentimento populista è destinato a crescere. Prima che i populisti spazzino via l’intera classe politica con la loro scopa è necessario che i politici si armino di tale utensile per ripulirsi interiormente e presentarsi in modo pulito, trasparente agli occhi dell’elettorato. Gli spazi in politica vengono occupati avidamente: i populisti rappresentano alla perfezione questa massima.

Alessio Vagaggini

 

Riferimenti:

[1] Fra i tanti si vedano Jean-Luc Mélenchon, L’ère du peuple, Paris, Fayard, 2014, M5s Parlamento, Di Battista a Bersaglio mobile “fiero di essere populista”, 29 gennaio 2016, Le Peuple, Du Balai!, novembre 2016.

[2] Si noti l’ipocrisia con la quale viene dipinta questa classe sociale: se la classe operaia viene dipinta negli anni ‘70 come la “working class hero” cantata John Lennon, della quale vengono esaltate le caratteristiche positive quali frugalità ed onestà, oggidì si trasforma in un ammasso di zoticoni ed ignoranti allorché le proprie opinioni differiscono con quelle del pensiero dominante.

[3] Il Fatto quotidiano, Brexit e voto responsabile: dai, rifacciamo anche il referendum del ’46, Silvia Truzzi, 28 giugno 2016.

[4] The Times, United into the chaos, Robert Harris, ripreso da Internazionale, n° 1/7 luglio 2016, p.41.

[5] La Repubblica, Orologio dell’Apocalisse più vicino alla mezzanotte con Trump, Anna Lombardi, 26 gennaio 2017.

[6] Marco Tarchi (a cura di), Italia populista. Dal qualunquismo a Beppe Grillo, Il Mulino, Bologna, 2015, p.77.

[7] Daniel Sandru, Il populismo ed i suoi nessi ideologici, Trasgressioni n°58, gennaio-agosto 2014, p.100.

[8] Loris Zanatta (a cura di), Il Populismo, Carocci editore, Bologna, 2013.

[9] Guy Hermet, El populismo como concepto, Revista de Ciencia politica, XXIII, 1, 2003, p.11.

[10] Cecilia Biancalana, Il Populismo tra malessere democratico ed esigenza partecipativa: il caso di Beppe Grillo e del Movimento 5 stelle, Trasgressioni n°56, Firenze, gennaio-agosto 2013, pp.26-27.

[11] Cfr. Stéphane Baudens (a cura di), La res publica dans tous ses états, éditions du grenadier, Laballery, 2016, p.65.

[12] Si veda la descrizione riportata in L. Zanatta, op.cit..

[13] Marco Tarchi, la spallata globale, Diorama letterario n°334, Firenze, novembre-dicembre 2016, p.12.

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