Il dovere di essere noi stessi

Leggevo qui su Jeune Europe il bell’articolo Il coraggio dell’originalità di A. Vagaggini e G. Sgaravatti. Non mi profonderò qui in elogi a tale articolo, mi limito a consigliarvelo caldamente, vale la pena leggerlo. Riflettevo sull’importanza dell’originalità, o meglio, sull’originalità come ciò che proviene dall’autenticità di ognuno di noi visto che non c’è nulla di tanto originale e unico quanto noi stessi.

Non è mia intenzione qui fare un inno alla trasgressione. Non credo nelle trasgressioni a tutti i costi che quasi sempre si trasformano in moda e quindi, di fatto, in un altro set di regole da seguire, tanto meno mi sono mai piaciuti gli slogan alla “everyone is an artist” o cose del genere.

Credo piuttosto che “everyone can be an artist”. Artista come colui che fa arte, qualcosa che non esisterebbe, non avrebbe ragione d’essere e non potrebbe mai essere senza colui dal quale essa proviene, ovvero l’artista, conditio sine qua non affinché l’arte sia tale. E tutto ciò che è arte è originale poiché fatto da degli unicum quali siamo noi

Non esistono né mai esisterà altra persona come me, né che vedrà quel che vedo io come lo vedo io o conoscerà ciò che conosco io, né mai più io sarò lo stesso di quando sto scrivendo.

E quindi perché non è vero che ognuno è un artista? Non è la vita stessa arte?

Lo è, ma a determinate condizioni. Altrimenti non avrebbe senso oggi fare riferimenti a D’Annunzio o alla vita come letteratura di Kerouac. Ne parliamo ancora perché la loro arte è diretta espressione della loro vita poiché ne è stato vissuto appieno ogni momento così da rendere arte la loro stessa vita.

La loro è arte perché si tratta di qualcosa vissuto veramente e in modo unico e senza vincoli per poi essere regalato al mondo. Quindi, se in grado di vivere pienamente come loro, ognuno può essere un artista.

Qui dunque risiede il punto critico. Esseri in costante divenire siamo condannati a mutare sempre. Ciò non vuol dire che di noi perdiamo ogni traccia, ma piuttosto che le esperienze e i vissuti ci cambiano, ci modellano così come lo fanno i contesti in cui viviamo, tanto che potrebbero in qualche modo anche limitare le nostre potenzialità. La vera domanda che dobbiamo quindi porci (mi si perdoni qui la marzullata) quindi è: siamo noi a cambiare il mondo o è il mondo che cambia noi? Quale è lo spazio che concediamo a noi stessi nel mondo? E’ davvero la nostra la vita che stiamo vivendo?

Non sono certo io dal mio portatile a pormi per primo queste domande. Nel corso del’900, con l’imporsi del modello di società borghese, il tema dell’autenticità dell’uomo ha portato molti filosofi a confrontarsi col tema e ha dato impulso a discipline come la psicologia così come la intendiamo comunemente oggi, che della ricerca di sé e del rapporto di sé col mondo fa la sua pietra angolare.

E’ sempre sorprendente notare la vicinanza con cui questi filosofi, mortalissimi uomini come noi, ci parlino da mondi che ci sembrano così lontani dai nostri. Uno di questi, Michelstaedter, giovane filosofo goriziano dei primi anni del XXI (all’epoca Gorizia faceva parte delll’impero austro-ungarico, sembra davvero un’altra era) nella sua opera parla della differenza tra due tipi di vite: la Rettorica e la persuasione.

La rettorica è proprio dell’uomo che vive assecondando le norme sociali della società; la persuasione è quella dell’uomo che comprende la sua finitezza e ne fa virtù.  L’uomo si trova dunque ad un bivio: da una parte la strada in discesa della vita rettorica, sicura, all’interno delle norme e costumi imposti dalla società che definisce le modalità del vivere socialmente accettabili, senza scandali né fastidi, in nome di una comodità per cui l’uomo mente a se stesso e di fatto a se stesso rinuncia; dall’altra c’è la libertà, la comprensione di quell’opportunità irripetibile e a termine che è la vita, che per esser tale va autodeterminata senza vincoli esterni.

Questo problema sembra tuttavia non essere prerogativa esclusiva del ‘900 ma ha sempre accompagnato l’uomo: già Seneca nel De Brevitate Vitae (correva l’anno 49 d.C.) con l’ironico “Ars longam vita brevis” indicava già la necessità di fuggire la vita in società con i suoi impegni e affanni che conduce ad un’esistenza vuota e breve.

Se Seneca e Michaelstadter indicavano come soluzione al problema l’uscita dalla società (per quest’ultimo la società borghese era necessariamente menzognera poiché sulla menzogna verso sé e verso gli altri si basava), anche Heidegger parlerà dell’Essere che si disperde nella quotidianità e rinuncia alle sue potenzialità distratto dalle contingenze del mondo in cui vive, ma a differenza degli altri due sostiene che è all’interno di questo che deve prendere la decisione di riappropriarsi di sé.

Con un ulteriore netto scarto, Sartre giunge a sostenere che “l’uomo è sempre libero” e questo non indipendentemente dal contesto ma anzi, tale contesto non è un impedimento alla sua libertà: è proprio il contesto che si fa luogo dove l’essere si esprime, al di fuori di esso non potrebbe farlo.

Come si può vedere, al di là delle diverse correnti filosofiche a cui è ascrivibile il pensiero di questi autori, è possibile tracciare un filo che unisca queste varie tesi che hanno attraversato epoche così diverse le une dalle altre ma che rimangono non solo attuali, ma sentitissime.

Ciò che tutti questi autori ci dicono è che sì, l’originalità è un eroismo che presuppone uno scontro con il mondo, ma l’autenticità, la “padronanza su se stessi” del greco αὐθεντία (=”autentìa”), da cui l’originalità deriva è un preciso dovere verso noi stessi, affinché la nostra vita sia davvero nostra.

da Venezia,

Filippo Paggiarin

 

RIFERIMENTI

Lucio Anneo Seneca, La brevità della vita (De brevitate vitae), introduzione, traduzione e note di Alfonso Traina, BUR, Milano, 1993

Heidegger, M. (2005). Essere e Tempo. Milano: Longanesi

Baldoni, F. (2002). Autenticità, emozioni e salute: un sottile filo conduttore, Quaderni di psicoanalisi e psicodramma analitico,   1-2, 57-78.

Reale, G., & Antiseri, D. (2014). Manuale di Filosofia. Brescia: Editrice La Scuola.

Baron, D. La morale dell’autenticità di Jean-Paul Sartre.  www.filosofiaenuovisentieri.it,

Putignano, G. Michelstaedter e Ibsen: una <<febbre di probità acuta>>. www.filosofiaenuovisentieri.it

 

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