I sette peccati capitali dell’economia italiana

Ho di recente finito di leggere il libro “I sette peccati capitali dell’economia Italiana” edito Feltrinelli e scritto dall’ex quasi-premier Carlo Cottarelli. Per chi non lo sapesse, Cottarelli ha lavorato sia in Banca d’Italia che al Fondo Monetario Internazionale ed ha anche maturato esperienza come commissario straordinario per la revisione della spesa pubblica tra il 2013 e il 2014; è oggi direttore del nuovo Osservatorio Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica di Milano, nonché visiting professor all’Università Bocconi.

Nel libro vengono individuati sette “peccati” dell’economia italiana che ne frenano lo sviluppo economico. Ho trovato il saggio particolarmente illuminante per la sua oggettività e per la chiarezza di pensiero dell’autore. I sette peccati illustrati dal professore possono essere divisi in due categorie: quelli di lunga durata, che sono l’evasione fiscale, la corruzione, la lentezza della giustizia, l’eccessiva burocrazia e il divario tra Nord e Sud; e quelli più recenti, ovvero il calo demografico e la difficoltà dell’economia italiana a convivere con l’euro. In questo scritto, mi concentrerò esclusivamente sul primo capitolo del libro, quello riguardante l’evasione. Ho scelto di procedere in tal senso perché in questo periodo si parla molto di cifre (vedi i 5 miliardi spesi per i richiedenti asilo, o i 50 necessari per la flat-tax) e questo capitolo è quello dove le cifre giocano un ruolo preponderante per tutta la discussione.

Come dicevo, il primo problema di lungo corso dell’Italia secondo Cottarelli è l’evasione fiscale. Molto interessante qui è la distinzione tra pressione fiscale nominale e reale. Per calcolare la percentuale di tasse pagate dall’italiano medio, l’Istat stima il rapporto tra i miliardi versati al fisco e il Pil Italiano. Quindi, quando si dice che nel 2016 la pressione fiscale in Italia era del 42,8 per cento, si è semplicemente svolta la divisione 720 (i miliardi versati all’Agenzia delle Entrate) fratto il Pil (circa 1.681 miliardi)[1]. La distinzione tra questa stima e la pressione fiscale reale sorge dal metodo con cui l’Istat stima il prodotto interno lordo. Questo è infatti comprensivo di una fetta di stimata essere circa il 13 per cento del Pil (quindi attorno ai 218 miliardi)[2]. Rientrano nel calcolo dell’economia sommersa tutta una serie di attività produttive che pur essendo (di norma) legali sfuggono per svariati motivi alla conoscenza da parte della pubblica amministrazione preposta al controllo ai fini della tassazione. Quando si tiene in conto questa differenza e si ricalcola il rapporto prima descritto, quindi eliminando questa fetta di economia sommersa dalla stima del Pil, ecco che la pressione fiscale in Italia passa dal 42,8 al 49,2 per cento. Quindi, se tutti pagassero le tasse queste potrebbero essere ridotte di almeno il 13 per cento per gli onesti (Cottarelli in realtà parla di 20 per cento, io qui riporto una cifra più bassa perché escludo l’indotto positivo che si avrebbe su Pil e occupazione, che consentirebbe di diminuire ulteriormente l’imposizione). Tale divergenza viene sottolineata da tempo da vari enti (come il Consiglio Nazionale dei Commercialisti), ed è ovviamente presente anche in altri paesi europei. Il problema è che l’Italia ha una fetta di economia sommersa, e quindi un’evasione fiscale, superiore agli altri paesi avanzati dell’area euro (ad esclusione di Grecia e Malta). Di fatto quindi, mentre la pressione fiscale nominale è alta ma non esagerata (siamo sesti in Europa), quella reale è ben superiore (ponendoci sempre sul podio di questa classifica).

Dati di Closing the European Tax Gap, Richard Murphy, 2012

Ma quanto si evade in Italia esattamente? Per rispondere a questa domanda, Cottarelli si rifà ad uno studio fatto annualmente (come stabilito dal decreto legge n.160 del settembre 2015) condotto da una commissione guidata da Enrico Giovannini e costituita da docenti universitari, rappresentanti di vari ministeri, dell’Agenzia delle Entrate, dell’Istat, della Banca d’Italia, ecc[3]. Partendo da questo studio, Cottarelli stima che l’evasione in Italia per il 2014 sia stata di 130 miliardi, ossia il 15 per cento delle tasse che si sarebbero dovute pagare e l’8 per cento del Pil del 2014. Il professore poi fa notare come, semplificando un po’, se nel 2014 si fossero recuperate tutte le entrate perse si sarebbe passati Quindi l’evasione nel nostro paese ha anche un effetto molto considerevole sul debito pubblico. Per esempio, si può stimare che se dal 1980 l’evasione fosse stata più bassa di un solo punto percentuale di Pil il nostro debito pubblico sarebbe ora attorno al 70-75 per cento del Pil (invece che al 130 per cento).

Source: Relazione annuale sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva 2017

A questo punto del capitolo Cottarelli analizza l’entità dell’evasione per aree regionali e per tipo di imposte, l’analisi è estremamente interessante, ma per mancanza di spazio qui riporterò esclusivamente i dati riguardati l’evasione dell’IVA. Secondo lo studio Giovannini prima menzionato, l’evasione dell’IVA in Italia nel 2014 era appena sotto al 28 per cento, questa stima tra l’altro coincide con quella fornita dall’Unione Europea, che da anni confronta l’evasione fiscale tra i diversi paesi europei. Secondo l’UE il tasso medio di evasione dell’IVA dei paesi membri è attorno al 12 per cento, meno della metà di quello Italiano (peggio di noi solo Grecia, Slovacchia, Malta, Lituania e Romania). Ora se consideriamo che le entrate governative dovute all’IVA ammontano al 6 per cento del PIL, possiamo calcolare che l’evasione dell’IVA da sola ci costa almeno 30 miliardi l’anno (34,7 nel 2015 stando al rapporto Giovannini).

Source: Relazione annuale sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva 2017

Ma perché in Italia si evade così tanto? E come si può combattere il fenomeno? Qui le risposte fornite da Cottarelli non sono poche, ma per contro sono tutte piuttosto chiare. Innanzitutto, il professore sottolinea l’ovvio notando come evidentemente in Italia si evade molto perché si può evadere molto. Inoltre, Cottarelli chiarisce come la negativa congiuntura economica degli ultimi dieci anni non abbia aiutato la lotta all’evasione: molte imprese evadono per sopravvivere, in Italia le tasse sono chiaramente troppo alte. Detto ciò, è anche vero che evadevamo più degli altri anche prima della crisi economica, quindi ci sono dei problemi patologici del nostro sistema. Vediamo i problemi strutturali individuati da Cottarelli.

 

Il primo problema concerne la nostra struttura economica:

  • In Italia la quota di lavoratori autonomi è molto alta (quasi il 25 per cento del totale, contro il 10 di Germania e Francia)
  • Inoltre, l’Italia è un paese di piccole e piccolissime imprese, queste sono soggette a meno controlli fiscali e tendono ad evadere di più rispetto ad aziende di grandi dimensioni[5].
  • Infine, la struttura economica Italiana vede un uso preponderante del contante rispetto a strumenti di pagamento più tracciabili come le carte di credito (l’85 per cento delle transazioni vengono fatte in contanti, contro una media europea del 65 per cento)[6].

Il secondo problema riguarda la struttura fiscale:

  • Come anticipato prima, è evidente che l’imposizione fiscale in Italia sia molto alta e, come vi può confermare qualsiasi studente di economia, la propensione all’evasione è dovuta a due fattori: l’ammontare che si può risparmiare evadendo e quanto si rischia di perdere nel farlo (qual è la probabilità di essere presi e quanto severe sono le sanzioni). Quindi, se le aliquote sono molto alte ciò significa che evadendo si può risparmiare molto e di conseguenza si è più propensi ad evadere.
  • Un altro motivo riguarda la composizione delle entrate. In Italia bisognerebbe tassare di meno il lavoro e il reddito legato ad attività produttive, mentre bisognerebbe tassare di più le case (via intrapresa dall’ex Primo Ministro Monti), anche perché è più difficile evadere le tasse sulla casa.
  • Infine, un altro problema della nostra struttura fiscale sono senz’altro gli adempimenti burocratici necessari per essere fiscalmente in regola. Se le energie e il tempo richiesti per essere onesti sono eccessivi, alcuni preferiranno non esserlo.

Il terzo problema riguarda la debolezza del nostro sistema repressivo:

  • Qui Cottarelli nomina l’anomalo rapporto tra Guardia di Finanza e Agenzia delle entrate, tra le quali spesso c’è sovrapposizione di compiti. Inoltre, nonostante i recenti sforzi atti ad un migliore coordinamento, l’incrocio delle banche dati dei due organi è ancora parziale ed incompleto.
  • Inoltre, ancora più gravi da un punto di vista comunicativo sono senz’altro gli svariati condoni che si susseguono inesorabili da anni con le varie legislature. Questi sono particolarmente insalubri perché minano il rapporto dei cittadini con il fisco, premiando chi ha evaso (consentendogli di pagare meno rispetto a quanto avrebbe dovuto se le tasse fossero state pagate puntualmente) e quindi incentivano l’evasione.
  • Infine, la bistrattata Equitalia non ha poi tutto il potere spesso attribuitole. Cottarelli cita un rapporto del fondo monetario internazionale dove si sostiene che: “I vincoli legati all’appropriazione di redditi e attività [degli evasori] impediscano il recupero di 39 miliardi di euro di tasse non pagate, questi vincoli andrebbero rivisti”.

Il quarto ed ultimo problema strutturale dell’Italia è la mancanza di capitale sociale:

  • Purtroppo in Italia pecchiamo di senso civico, infatti tendiamo troppo spesso a guardare esclusivamente il nostro tornaconto personale, senza interiorizzare davvero l’effetto delle nostre scelte sulla comunità. Questo viene indicato da Cottarelli come il problema principale dell’alto tasso di evasione nel nostro paese[7].

 

A questo punto del capitolo viene presentato un resoconto delle misure adottate negli anni per combattere l’evasione, quella che è stata la loro utilità e quali sono stati i progressi ottenuti (purtroppo ancora limitati e di modico rilievo). Nei capitoli successivi poi, vengono descritti gli altri peccati del nostro bel paese e più si va avanti nella lettura più si rimane costernati nel rilevare il peso che fardelli quali la corruzione, la lentezza della giustizia, l’eccessiva burocrazia, il divario tra Nord e Sud e l’invecchiamento demografico hanno sulla nostra economia. Infine, l’ultimo capitolo è dedicato al problema dell’euro. Qui ho particolarmente apprezzato l’oggettività con cui Cottarelli affronta il problema, dichiarandolo appunto tale. Il professore infatti scrive che tutti i peccati prima descritti (eccetto il calo demografico) c’erano anche durante il boom economico, senza per questo averci impedito una crescita notevole. Aver deciso di utilizzare la moneta unica ci ha infatti tolto il potere di svalutare, operazione che durante il boom economico abbiamo effettuato in diverse occasioni. Questo detto, Cottarelli chiarisce come il problema non sia di per sé la moneta unica, che anzi comporta innumerevoli benefici, bensì il non esserci adeguati ad essa. Fondamentalmente la difficoltà con l’euro è che questo esige il rispetto di una serie di regole economiche forse ancora più importanti di quelle dei trattati. Regole di competitività e produttività che chiedevano e chiedono riforme mai messe in campo. Un impegno serio sui fronti prima citati andrebbe sicuramente in tal senso.

Concludo invitando i lettori sia a comprare il libro qui presentato (tra l’altro i ricavi del diritto d’autore vanno all’Unicef), sia a diffidare di chi proclama a gran voce che i problemi dell’economia Italiana sono esterni ad essa, perché, purtroppo, non è così.

Giovanni Sgaravatti

 

Riferimenti:

[1] Qui ho usato dati Eurostat, mentre quelli indicati dal professor Cottarelli sono leggermente diversi.

[2] Esistono svariate stime anche molto differenti tra loro, qui si si prende quella fornita dall’Istat (che coincide con quella Eurostat).

[3] Il rapporto: “Relazione sull’Economia non Osservata e sull’Evasione Fiscale e Contributiva Anno 2017” è reperibile sul sito http://finanze.gov.it/export/sites/finanze/it/.content/Documenti/Varie/Relazione-evasione-fiscale-e-contributiva.pdf

[4] Il rapporto Giovannini prima citato stima che il gap IRPEF per lavoratori autonomi sia attorno al 67%, e che questi, pur rappresentando un quarto della forza lavoro nazionale, versino solo l’8% dell’IRPEF totale.

[5] Si veda, per esempio, pagina 97 del rapporto del Centro studi Confindustria: “Risalita in cerca di slancio. L’evasione blocca lo sviluppo.” Dicembre 2015.

[6] Rapporto Banca d’Italia reperibile al link http://bancaditalia.it/pubblicazioni/tematiche-istituzionali/2013-sepa/index.html (citazione a pagina 14).

[7] Qui Cottarelli cita un lavoro di Luigi Guiso, Paola Sapienza e Luigi Zingales: “Social Capital as the Missing Link” incluso nell’Handbook in Economics del 2011, pubblicato da Elsevier.

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