Bruxelles, 4 Luglio 2019. Antonio Tajani scende dallo scranno più alto del Parlamento Europeo. Stringe la mano al connazionale David Sassoli, che prende il suo posto. Sorridono. Questa istantanea chiude il valzer delle cariche di leadership dell’Unione Europea di questi giorni, ovvero di coloro che più di altri influenzeranno le scelte dell’Unione, e quindi le nostre vite, da qui ai prossimi cinque anni.

A seguito delle elezioni del nuovo Parlamento Europeo dello scorso 26 maggio, il volto dell’Unione e dei suoi rappresentanti si è modificato. Il cambiamento, tuttavia, non ha assunto le dimensioni che durante la campagna elettorale si paventavano, ma si è limitato ad un filo di trucco un po’ più pesante di prima. Durante i primi mesi del 2019, infatti, si prevedeva un’apocalisse, una rivoluzione in termini di numeri e di valori all’interno delle sfere decisionali di Bruxelles [1]. Fatto sta che tale cambiamento epocale non si è visto; ci sono stati alcuni aggiustamenti nella cabina di regia, ed alcune fluttuazioni nell’opinione pubblica, ma l’Unione Europea mantiene i suoi valori e le sue diverse anime che la caratterizzano.

Se alcuni equilibri sono cambiati, altri sono rimasti saldi. Ma di quali equilibri parliamo?

I livelli che qui analizzerò sono due, da un lato descriverò brevemente come i posti di potere si sono redistribuiti fra i leader europei, dall’altro cercherò di capire come la pubblica opinione è cambiata negli ultimi anni, a seguito dei risultati elettorali. Lo spazio che fornisce un articolo su di blog non esaurisce, sia ben chiaro, la complessità dei fenomeni descritti, ma serve da stimolo per trattare alcuni dei tempi più attuali che percorrono il nostro (meraviglioso) Continente.

Partiamo da quelle cinque cariche che vengono comunemente considerate come i ruoli chiave dell’Unione Europea, le cui nomine sono fresche di queste ore. Ad una prima occhiata, è evidente che i paesi fondatori mantengono salda la loro influenza per quel che riguarda i ruoli chiave nelle istituzioni europee. Vediamo come la Germania abbia la Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, il Belgio il Presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, la Francia la Presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, e l’Italia il Presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli. A questi, rappresentanti di Stati fondatori, va ad aggiungersi la Spagna con Joseph Borrell, nominato Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari esteri. Una nomina che significa due cose, da un lato rinforza la posizione della Spagna nello scenario europeo e la forza che ha al suo interno il partito socialista (nonostante in casa propria Sanchez tratti giorno e notte con Podemos per formare un governo di ”izquierda, ma non troppo”) e dall’altro insidia l’Italia per quel che riguarda il ruolo di “inseguitore” del motore Franco-Tedesco che ha percorso tutta la storia dell’Unione. Possiamo perlomeno affermare che 1) si conferma una stabilità di tipo istituzionale fra i paesi più influenti del Continente 2) s’indebolisce l’Italia, che da tre rappresentanti passa ad uno [2], pagando la contrapposizione frontale dell’asse giallo-verde a certe politiche di Bruxelles 3) si scongiura un pericolo euroscettico, se mai ci fosse stato. La forza dell’asse Franco-Tedesco viene sottolineata altresì da Eric Maurice, capo dell’ufficio bruxellese della fondazione Schuman “Abbiamo assistito alla ricostruzione della coppia franco-tedesca […] Questo non è solo un compromesso franco-tedesco, è anche e soprattutto un’Europa alla cui testa ci sono una tedesca ed una francese” [3].

Se da un lato si può parlare di una stabilità nella Governance dell’Unione per quel che riguarda l’assegnazione dei ruoli chiave, e quindi delle scelte politiche ed economiche da adottare, non si può dire altrettanto per la composizione di quell’elettorato che ha eletto il Parlamento Europeo. Guardando ai numeri, rispetto a cinque anni fa i gruppi storici di Socialisti e Popolari hanno visto erodere in maniera vistosa il loro elettorato, a favore di partiti euroscettici in primis, e di famiglie alternative ai blocchi tradizionali, ovvero liberali e verdi. Considerando i risultati per Eurogruppo, dai 217 eurodeputati del 2014 il Partito popolare (rappresentato in Italia da Forza Italia) passa a 182, viceversa i Socialisti (che in Italia sono rappresentati dal PD) passano dai 187 del 2014 agli attuali 154. Se tali gruppi hanno governato ininterrottamente dal 1979, data delle prime elezioni europee, oggi si vedono costretti a trovare nuovi alleati, ed il gruppo liberale dell’ALDE (che in Italia è rappresentato da +Europa) appare il partner più in sintonia per questo tipo di operazione. Un’opzione confermata dalla crescita dei liberali rispetto all’ultima tornata elettorale e rappresentati da 108 elementi [4]. Se da un lato le evidenze ci dicono che la fiducia nell’UE sia ai massimi storici dal 1983 [5], i numeri appena evidenziati si pongono in contrasto con questo dato. Quello che se ne può ricavare, considerando pure che l’affluenza dopo essere crollata per decenni è tornata ad aumentare [6], è un voto sempre più diviso fra chi è comunque favorevole all’Unione Europea, alla globalizzazione, alle politiche economiche ed alla gestione dell’immigrazione e chi, viceversa, da questi fattori si sente minacciato.

Compito non facile di questa nuova leadership sarà riuscire a recuperare quegli elettori che, legittimamente, si sono orientati altrove, che hanno perso fiducia nel ruolo dell’Europa come baluardo di uno stato sociale e di una cultura millenaria che la caratterizza. Il compito dei nuovi leader è fornire loro sicurezze e stabilità, in particolar modo per ciò che riguarda la tutela dei diritti sociali, la vera chiave per far rientrare un certo tipo di malcontento all’interno delle famiglie politiche tradizionali.

La geometria dell’Unione si mantiene stabile sia geograficamente che politicamente. Queste nuove istituzioni si affacciano ad una sfida epocale, date le pressioni di partiti e paesi che negli ultimi anni hanno messo in discussione alcuni principi che sino adesso hanno governato l’Unione Europea, a partire dal gruppo di Visegrad, cosi deciso nel contrastare Bruxelles nelle piazze, altrettanto abile a sfruttarne i fondi strutturali che l’Unione mette a disposizione [7]. Un’Europa, quella che dovranno condurre, che sia finalmente autonoma sia dal modello Americano e dalle sue disuguaglianze insostenibili, sia dal nuovo capitalismo di stato Cinese, che da qualche mese pare aver messo gli occhi sul nostro Continente. La speranza è quella che, riprendendo le parole del neo eletto Presidente del Parlamento Europeo Sassoli, si riprenda in mano “lo spirito dei padri fondatori”, per riportare l’Unione più vicina alla gente e per rimettere la politica, e non l’economia, al centro del dibattito.

Un plauso a margine agli eurodeputati del Brexit Party, la cui manifestazione di scontento non fa altro che ribadire la democraticità delle istituzioni europee e ricordare quanto, nell’Unione Europea che questi ultimi hanno cosi invisa, a tutti sia data libertà di esprimersi secondo le proprie idee. Speriamo solo che costoro non si ricordino di essere “eurodeputati” solo a fine mese, in virtù dei 6.824,85 euro di retribuzione netta che spetta loro [8].

 

Siviglia, 05/07/2019, Alessio Vagaggini

Riferimenti

[1] Una strategia elettorale osserverebbe Tarchi -quella del creare delle aspettative smisurate verso i movimenti populisti, che poi non si tradurranno in risultati elettorali-  più utile all’establishment che non volta a valutare la vera entità del potenziale elettorale di tali movimenti.

[2] David Sassoli, appunto, eletto il 03/07/2019 Presidente del Parlamento Europeo. Sassoli, fra l’altro, esponente del PD e proposto dal gruppo dei socialisti europei, in aperta contrapposizione con il governo giallo-verde.

[3] www.ilsole24ore.com, Nomine UE, il vero vincitore è Macron, 3 luglio 2019.

[4] Tutti i dati sono  elaborati da www.europarl.europa.eu

[5] Ibidem.

[6] Ibidem, dal 42% del 2014 fino a quasi il 51% del 2019.

[7] Il gruppo di Visegrad nasce nel 1991 come alleanza fra quei paesi appena usciti dall’orbita sovietica, come patto di collaborazione politica, economica e militare. Di essa fanno parte Polonia, Slovacchia, Ungheria e Repubblica Ceca. Grazie ai fondi europei, tali realtà hanno migliorato le loro infrastrutture e dato nuova linfa all’economia locale. Per approfondire, si vedano i vantaggi ottenuti dalla Polonia in questo brillante articolo de Il Fatto Quotidiano, Fondi Europei: Polonia, un modello da seguire con il 97,5% di finanziamenti spesi, 23 Dicembre 2014.

[8] www.europarl.europa.eu.

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