L’amore come ammirazione e desiderio: Villers-la-Ville ed i treni belgi

 

Le candide nubi che attanagliano la Vallonia da qualche giorno lasciano intravedere qualche gaio raggio di sole: l’occasione fa l’uomo ladro, e per un giorno i libri possono lasciare spazio alla vita. Il tragitto da Louvain-la-Neuve alla mia destinazione è più impervio del previsto; la città dista pochi chilometri, ma il cambio treno fa si che si impieghi più di mezz’ora ad arrivare. Muove flemmatico il treno regionale, attraversando i paesini della Vallonia, forse stanco anch’esso di ripetere quel tragitto infinito per tutta la sua esistenza.

Quando pensate che le vostre vite siano noiose, per favore, pensate a quelle dei treni regionali belgi.

Villers-la-Ville ti abbaglia con la sua magia. Appena la sfiori in treno l’abbazia ti scorre dinanzi agli occhi. Esterrefatto, provi a concretizzarla nella mente, a capirla, a volerla, ad amarla. Ma il fato è ignavo e l’attimo in cui l’hai vista si esaurisce in un batter di ciglia. Il treno che regala per un attimo quella meraviglia sfreccia via impassibile lasciandoti alla stazione ferroviaria poco distante.

Le macchine seguono le leggi della meccanica, non quelle del cuore.

Il tragitto a piedi riempie lo spazio di una mezz’ora mentre l’attesa sale, la voglia di rivedere il volto amato, il desiderio inafferrabile di poter vivere le stesse emozioni per almeno una seconda volta nella vita. Di solito ambizioni del genere vengono relegate allo spazio dell’impossibile, ai sogni non presi in considerazione da un mondo il cui imperativo è il consumo e l’esser consumato. Non succede mai, ma quando lo sguardo vi si scopre a Villers-la-Ville le leggi interiori si ribellano.

Il rumore del mulino, la frescura, la pietra. Sono già stato a Villers la Ville in tre stagioni diverse, tutte e tre con persone diverse, ed ogni volta ne ho ricavato emozioni diverse. Diverse, ma non meno stupefacenti. Le foglie variopinte dell’autunno cedono il passo alla chiusura dell’inverno, mentre alla primavera gai gruppi di uccelli disegnano traiettorie magiche tra le finestre ed i muri dell’abbazia, noncuranti dei problemi che affliggono il genere umano. Qui la diversità non diventa mai monotonia, ma un moto regolare che ogni volta lascia intendere qualcosa di nuovo di sé.

Silenzio, spirito, terra.

Silente muovo i passi tra le rovine, speranzoso di rievocare i tempi che furono in quel tempio. Non faccio rumore ma mi limito a far l’amore con quelle rovine così impossibili da reggere con un solo sguardo e per questo così attraenti. Cammino, e camminando evoco in me mondi plurimi, le vite che non ho vissuto e quelle che vivrò, i baci che ho dato e le speranze che pongo là, in un punto imprecisato del mio futuro. Il silenzio di oggi in contraltare al rumore della metropoli, l’essere contemplativo che vede la verità e ne è padrone, l’uomo d’affari stretto nella morsa della sua agenda. A volte bisogna perdersi per trovare sé stessi.

Giunto al centro della cupola ancora intatta volgo lo sguardo dietro di me; l’enorme rovina spacca in due il cielo, tinto per metà d’azzurro e per metà minacciato da nubi. Nata per rimanere a terra, la pietra sente l’assolutismo delle stelle e vi tende. Forse perché in essa è imprigionato uno spirito romantico, forse perché ubriacata dalle birre che vi si producevano, il cui aroma ancora esala nell’aria: come se il silenzio alimentasse la speranza, come se l’essere contemplativo attivasse una molla per bruciare di passione.

In un monastero come quello secoli fa vivevano Narciso e Boccadoro, l’asceta ed il vagabondo che ci hanno insegnato quanto poco
valga racchiudere la vita nei poli dicotomici di ascesi e carnalità. Non vale porsi un aut-aut, la vita non è un si od un no, non è così semplice amare e non soffrire.  La sintesi delle due rende l’animo umano saggio ma ebbro di passione: guardate attentamente i tramonti sopra l’abbazia di Villers-la-Ville e vedrete l’apollineo abbracciare il dionisiaco, in una rincorsa d’emozioni contrastanti. Non puoi dormire sul petto della madre se non hai mai imparato a vegliare nel deserto.

Io, come la pietra, sono sia innamorato sia ubriaco di tanta bellezza. Già ho confessato a quelle rovine il mio amore che il povero treno di prima ritorna, ancor più stanco, a percorrere il suo tragitto giornaliero che mi condurrà al focolaio domestico. Il treno stesso mi culla con il suo moto ondulatorio, stanco dalla giornata trascorsa, fiero di condividere i miei pensieri con la campagna circostante.

Se siete in viaggio per diletto, se fate una trasferta di lavoro a Bruxelles, se vivete in Belgio o se siete in Erasmus lì vicino andate all’abbazia di Villers-la-Ville.

Andateci e non dimenticatela mai più. Incidetela nell’eternità. Sognate.

Per chi cerca l’infinito basta chiudere gli occhi.

Alessio Vagaggini

 

 

Riferimenti:

Hermann Hesse, Narciso e Boccadoro, Oscar  Mondadori, 1978

Abbazia di Villers-la-Ville, Rue de l’Abbaye 55, 1495 Villers-la-Ville, Belgio

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