RAGIONI PSICOLOGICHE DELL’IRRAGIONEVOLE POLITICO

Sono tanto semplici gli uomini, e tanto obbediscono alle necessità presenti, che colui che inganna troverà sempre chi si lascerà ingannare

Niccolò Machiavelli – Il principe

 

La crescita e la stessa misurazione di successo e benessere attraverso il parametro del PIL è un metodo fallace di concepire il mondo. Il razionalismo della teoria utilitarista, sul quale si basano la maggior parte dei modelli economici, ci ha portato a concepire il mondo con questi parametri ritenendo che tutto ciò che sfuggisse ad esso fosse inconsistente ed insignificante e, pertanto, tralasciato come fosse di fatto inesistente.

Da ciò, la nostra cultura è stata permeata dalla necessità di trovare una logica razionale che spieghi i fatti del mondo. Ciò ci ha condotto al vano mito positivista che tutto sia spiegabile razionalmente nell’assunto, anch’esso fallace, che gli uomini agiscano razionalmente. I recenti avvenimenti in campo politico, ma anche eventi nefasti e ben meno recenti in più parti del globo, sembrano dimostrare il contrario, che gli uomini non agiscano solo razionalmente ma che la razionalità sia solamente una delle variabili a disposizione dell’individuo.

Se questo è stato capito da psicologi e sociologi già da tempo, più restìa alla comprensione di ciò sembra essere l’élite culturale occidentale e in particolar modo un certo tipo sinistra che ha progressivamente perso voti e potere di rappresentanza tra i ceti più bassi.

Un ostacolo veramente democratico

In questi anni in cui le informazioni giungono veloci e in un numero senza precedenti nella storia dell’umanità, queste divengono sempre più corte finendo così per essere spesso imprecise, Ciò che è importante non è la veridicità del contenuto, il loro scopo è il loro impatto sul ricevente. Pertanto, tra esse abbondano false notizie e si sono venute a costruire le cosiddette “post-verità”, sfruttando a necessità di cogliere immediatamente (letteralmente, in modo non mediato da riflessioni supplementari) l’informazione, nella comprensione degli eventi subentrano quindi i meccanismi (pericolosi) di euristiche cognitive.

Cosa sono le euristiche? Il concetto di euristica cognitiva consiste nel trovare scorciatoie che ci consentono di fare il minor sforzo possibile nel ragionamento, è il meccanismo che ci permette di riconoscere gli elementi dell’ambiente in modo immediato senza soffermarcisi sopra spendendo risorse e tempo. Uno degli esempi più tipici di euristiche è, ad esempio, la creazione di stereotipi e pregiudizi che consentono all’individuo di dare spiegazioni agli eventi, prendendone una caratteristica per farne il totale, o le generalizzazioni, o ancora attribuendo un avvenimento in cui l’oggetto è coinvolto ad una caratteristica legata ad esso piuttosto che a caratteristiche del contesto in cui tale avvenimento accade (fenomeno noto in psicologia sociale come errore fondamentale di attribuzione). Per fare un esempio rapido, se veniamo a sapere che un immigrato ha investito con l’auto qualcuno siamo portati a pensare che l’avvenimento sia legato al suo essere immigrato piuttosto che a caratteristiche situazionali dell’avvenimento.

Questo può essere causato e rinforzato dalle notizie precedenti che abbiamo incontrato nella nostra esperienza: ad esempio l’aver riscontrato un certo numero di casi in cui degli immigrati si sono resi colpevoli di un reato. Conseguentemente ciò può condurre a pensare che tutti gli immigrati siano probabilmente dei criminali. Senza dover creare esempi artificiali, questo è avvenuto con il cosiddetto “muslim ban” negli Stati Uniti: sebbene lo stop all’ingresso nel territorio americano riguardi solo coloro che provengono da Paesi che nulla hanno avuto a che vedere con gli attentatori che nel passato hanno colpito gli Stai Uniti, tale misura sembra accogliere un certo consenso per la semplice paura legata al fatto che tali Paesi sono a maggioranza musulmana, definendo così ogni loro cittadino, ed ogni musulmano, una minaccia.

Ma non è solo a livello di pregiudizio come quello razziale che le euristiche colpiscono. Tale “morbo” sembra essersi impadronito negli anni anche delle classi che avrebbero dovuto meglio comprendere l’evoluzione della società e che invece si sono progressivamente allontanate dalla fatica di comprendere la sua complessità rifugiandosi nell’utilizzo di etichette divenute ormai con il tempo obsolete per la società odierna.

Noi e loro

Ciò ha progressivamente portato alla chiusura in se stessa da parte della sinistra moderata, non più in grado di venire incontro alle necessità dei ceti più bassi che non ne riconoscono più il potere rappresentativo e contro la quale essi si scagliano non riconoscendosi più in essa, ma anzi vedendola come altro da sé e sentendosi da essa traditi. Chi ha capito questo, come i nuovi partiti di impostazione populista, ha ora buon gioco nell’aumentare questo divario tra questa fetta di popolazione in cerca di rappresentanza e la sinistra che viene ora con scherno definita “salottiera ed intellettuale” per sottolineare il suo distacco dal “Paese reale”, poiché accusata di vivere nel mondo dorato dell’ora odiato establishment.

Questo grosso strato di popolazione nel tempo è passato da essere operaio, per poi imborghesirsi e divenire ceto medio per poi, negli anni della crisi, divenire ceto medio-basso. La condizione in cui dunque si trova è quella di vedersi negate le aspirazioni e, per la prima volta, avere per i propri figli delle aspettative peggiori delle proprie. Le aspirazioni sociali, economiche e di benessere alle quali puntavano, erano proprio quelle di entrare essi stessi nelle sale dei comandi e di far parte di quell’establishment che sembra avergli chiuso le porte e verso il quale dirigono ora il proprio rancore.

Oggi come ieri: placebo politico

Come detto precedentemente però, la realtà è ben più complessa, e non si tratta più del quarto stato che avanza per rivendicare i propri diritti. Il fenomeno attuale infatti si colloca in un contesto di società di mercato nel quale la società è iper-parcellizzata e il comun denominatore che spinge gli individui non è quello di una coscienza di classe definita ma piuttosto quello della competizione. Se infatti nella società tradizionale dello scorso secolo, con il quale da più parti si guarda con nostalgia (si pensi alla voglia di uscire dall’euro in diversi Paesi dell’Unione Europea, o anche al semplice Make America Great Again di Donald Trump), la competizione, seppur esistente, riguardava un mercato ristretto a pochi competitor appartenenti alla stessa nazione, oggi lo scenario con la globalizzazione si è allargato e tale ceto si trova a competere con immigrati e altri Paesi dove le aziende di casa delocalizzano. Tutto ciò si riduce in una sorta di relativismo particolare per il quale a causa del ragionamento per euristiche ognuno bada al suo orticello senza lungimiranza. Rifugiandosi nella difesa di ciò che è proprio, sogni americani compresi, hanno dichiarato guerra al mondo di sopra e al mondo di sotto invece che comprenderne le mutazioni e stabilire una nuova concezione del mondo al passo coi tempi che ridefinisse il concetto di benessere svincolandosi da quello di potere d’acquisto e dalla lotta per spiccare sugli altri: siano essi il vicino di casa, l’immigrato o gli abitanti di un Paese più povero.[1]

Sfruttando il momento di crisi economica, sociale e, appunto, di rappresentanza, i nuovi leader hanno dunque saputo cogliere l’occasione di guadagnare consenso fornendo spiegazioni euristiche a tale popolazione come già è avvenuto nella storia passata, si pensi alla salita al potere dei nazifascismi dello scorso secolo che proprio su tale ceto hanno fatto leva con argomenti e modalità di rapportarsi agli elettori non troppo diversi da quelli sfruttati oggi. Fondamentalmente, questi leader sanno sfruttare i bias cognitivi del ragionamento. A tal proposito ci viene utile considerare il Two-view system di Kahneman e Tsversky (1974) per il quale ci sono due vie di ragionamento: il primo e più frequente è quello veloce fatto per associazioni, intuizioni, percezioni, stimolazioni ed è perciò immediato, il secondo è invece lento, ragionato e procede secondo regole logiche, pensiero critico, presa in considerazione di alternative.

I soldi risparmiati non sono mai andati al servizio sanitario nazionale britannico, anzi, secondo alcuni l’uscita dall’UE non ha portato al Regno Unito alcun risparmio

Si potrebbe dire che il secondo, fatto di termini tecnici e talvolta pedante sia più legato all’establishment inteso come la vecchia politica che cerca sì di ammodernarsi (esemplare in tal senso è la comunicazione dell’ex presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi) ma rimane espressione della politica vecchia, il primo è invece più immediato e più utilizzato da chi ha capito come parlare a questa popolazione arrabbiata, mostrandosi arrabbiato come loro, ponendosi come novità nello scenario politico differenziandosi così da quell’establishment contro il quale viene diretta la lotta (e d’altronde lo stesso già citato Renzi ha debuttato nella scena politica nazionale con l’hashtag “#rottamazione”).

Utilizzando così una metodologia comunicativa diversa, fanno sentire al sicuro una popolazione fornendo loro immagini che trasmettono sicurezza come quella dei valori tradizionali, dando in più loro una rappresentanza nella quale si possano riconoscere, indicando una facile via d’uscita dalla crisi attuale che può essere ottenuta solo attraverso un leader che ne interpreti la rabbia. Fornendo la visione di un mondo pericoloso e competitivo, elementi che, secondo il Dual Process Model di Duckitt e Sibeley (2007) derivano il primo da un bisogno di sicurezza e il secondo dalle diseguaglianze presenti nel contesto, questi leader spingono l’opinione pubblica verso posizioni di chiusura quali conformismo (come autoritarismo) e desiderio di dominanza sociale (Nail et al. 2009).

L’importanza delle emozioni evocate

Proponendo poi all’elettorato immagini di minacce esterne di fatto spostano il voto verso posizioni di chiusura e quindi più a destra. Negli esperimenti di Landau (2004) venivano presentati a elettori liberali e progressisti stimoli che richiamavano la morte e attacchi terroristici, a seguito della presentazione venivano presentati loro due testi, uno di Bush e uno di Kerry, del quale però i partecipanti non conoscevano l’autore. Quando veniva loro richiesto di indicare qual era il testo con cui si trovavano più d’accordo, i partecipanti di entrambi gli orientamenti politici presentavano posizioni più vicine a Bush.

 

Sfruttando la ricerca di sicurezze da parte della popolazione, portano acqua al proprio mulino indicando nell’eliminazione dei nemici accusati di essere colpevoli della situazione attuale la panacea di tutti i mali così da fornire una spiegazione rapida e chiara che riduca il senso di incertezza, e trovando nel ritorno ai valori tradizionali la comfort zone che riporti la memoria degli elettori al locus sicuro dei fasti dei bei tempi andati.

E’ curioso come leggendo quest’ultima frase si possa pensare sia a Trump (o altri leader populisti presenti in Europa come i vari Le Pen, Salvini, Farage o l’AfD tedesco) sia ai dittatori nazionalisti dello scorso secolo.

Le condizioni ovviamente sono ben diverse rispetto al ‘900 e sembra improbabile un ripetersi della storia con degli esiti così drammatici, ma d’altronde occorre ricordare che la salita al potere di questi personaggi oggi come allora sembrava improbabile e anche che all’epoca della loro ascesa si riteneva che non sarebbero durati molto….

Filippo Paggiarin

 

[1] Sul favoritismo per il proprio gruppo si vedano gli studi di Tajfel (1971). Da essi si evince come per gli individui sia più importante avere di meno in termini assoluti ma comunque di più rispetto ad un altro gruppo, piuttosto che una grande quantità in termini assoluti ma meno rispetto ad un altro gruppo.

 

Giovanni De Mauro, Normalità, in L’internazionale 1190

Pankaj Mishra, The age of Anger, Allen Lane 2017

Daniel Kahneman, Pensieri lenti e veloci, Mondadori Editore, in “L’intelligenza euristica che guida le decisione umane”, http://www.pensierocritico.eu/intelligenza-euristica.html

Luciana Carraro, Corso di Psicologia della Politica, A.A. 2015/2016, Università degli Studi di Padova

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