L’ESSERE NARRATIVO DELL’UOMO E L’APOLOGIA DELLA LETTERATURA

Dio Creatore – W. Blake

   Pensate al primo uomo che ha alzato gli occhi al cielo, a quello che improvvisamente si è trovato di fronte la grande distesa marina o a quello che mordendo un frutto ha scoperto non solo la necessità di mangiare, ma anche il dolce piacere di farlo. Pensate allo stupore intimorito di chi, per la prima volta, vede davvero, cioè guarda la realtà ponendosi domande. E’ di fronte ai grandi interrogativi e all’assenza di risposte che nascono i miti, le prime storie dal valore formativo ed esegetico del mondo.

Il bisogno di raccontare, affinatosi via via nel corso dei secoli, è connaturato nell’uomo, ne rappresenta un tratto costitutivo ed essenziale.
La finalità originaria del racconto è s-piegare e s-piegarsi, tanto che, riferendoci a questo verbo con l’immagine in un certo senso contenuta in esso, potremmo dire che il racconto corrisponde alla stiratura del foglio appallottolato – piegato, appunto – che siamo.

Dunque, raccontare è, sin dall’alba dei tempi, il metodo che l’uomo ha elaborato per com-prendere il mondo e se stesso. Il linguaggio non è sufficiente per conoscere, per s-piegare. Il linguaggio è lo strumento, il racconto è la metodologia, il know-how. Platone, per descrivere alla sua idea filosofica di conoscenza, usa il mito della caverna; la Bibbia, per parlare del divino ineffabile, lo cala in un contesto terreno, lo rende la storia concreta di un uomo; il giornalista, per attirare l’attenzione del lettore, trasforma l’asciutto resoconto dei fatti in un racconto più o meno patetizzato e drammatizzato, avvicinandolo al lettore; noi stessi, quando, per esempio, informiamo qualcuno di ciò che ci è accaduto durante la giornata, non stiamo facendo altro che una narrazione, spesso adattata alla sensibilità dell’ascoltatore.

        Allora, proprio per via della quotidianità con la quale, più o meno consapevolmente, si è costretti a fare i conti col racconto, non considerarne l’importanza equivale ad un atto di superficialità estrema. Non si può cogliere la profondità dell’essere umano, della realtà che lo circonda e dell’epoca che vive se non si tiene conto del fatto che l’uomo è un essere narrativo, vive di storie e percepisce la sua stessa esistenza come una storia. E, fattore non meno rilevante, il bisogno di dare una forma narrativa ad eventi, pensieri, sensazioni è strettamente correlato con la finalità ad esso sottesa: la scelta del tono, del lessico, dei dettagli evidenziati non è mai casuale e inserisce lo spiegare e lo spiegarsi in una logica ben precisa. Si vuole suscitare pena, rabbia, commozione? Se sì, perché? Si vuole convincere della propria tesi? Si vuole informare oggettivamente? Tutto concorre, sì, alla generazione di un racconto, ma anche all’effetto suscitato nel lettore/ascoltatore.

La liseuse – J.-J. Henner

 E’ evidente, allora, che un approccio banalizzante a questa umana tendenza non consente lo sviluppo di una coscienza critica in rapporto alle parole degli altri, attraverso le quali, almeno in parte (una grande parte), viviamo la realtà.
Inoltre, lo stesso approccio banalizzante è sintomo di scarsa capacità empatica e profondità di analisi: l’uomo che scivola sulle parole e sulle storie non sa capire l’uomo, agisce nell’ignoranza presuntuosa di chi conosce o crede di conoscere i meccanismi alla base della vita, non ritenendo particolarmente degna di nota la verità essenziale umana, cioè quella sentimentale-emotiva. Da essa il racconto, la storia – piccola e grande – prende forma e grazie ad essa tutti gli uomini sono legati insieme.

        L’appello, dunque, è accorato (e sofferto): non cestinare la letteratura. Quell’ inutilità attribuitale dal rapido mondo del “tutto e subito” e del “bianco o nero” è davvero apparente. La letteratura (quella vera) è lo strumento – molto più potente di quanto comunemente si creda – che consente di trasmettere l’esperienza dell’esistenza e le sue sfumature. Bisogna ammettere, infatti, che ciò che più colpisce, interessa, si sedimenta nella memoria è ciò che viene narrativizzato e, spesso, anche drammatizzato. La trasformazione in racconto dei fatti concreti e dei fatti dell’animo permette un processo di identificazione che più di ogni altro metodo conduce alla comprensione, al chiarimento esplicativo e al ricordo. Le storie sono più difficili da dimenticare e le migliori viaggiano nel tempo perché stimolano il lato empatico dell’uomo, la sua curiosità, la sua immaginazione ed è, perciò, più immediato ed efficace fissare un concetto (soprattutto se astratto), comprendere una sensazione, avere chiaro un fatto o spiegarlo.

La letteratura tiene in vita la vita in quanto serbatoio di emozioni – cioè il vero motore di gesti e pensieri umano. E’ una risorsa utile e fondamentale anche e soprattutto nella rapida società contemporanea che, altrimenti, nel tempo di una “storia instagrammata”, rischia di perdere il senso della realtà con cui deve confrontarsi e la capacità critica di analizzarla, specialmente quando si tratta di cogliere l’intenzione sottesa al racconto (scritto o orale che sia) o di connettere tra loro elementi e tempi diversi. La letteratura fa di noi degli uomini perché non esclude nulla, al contrario include sia la parte razionale sia la parte emotiva che ci caratterizzano.

       Ecco, dunque, perché credo che tutti coloro che si sono alzati in piedi per gridare l’inutilità della letteratura non abbiano colto l’occasione per riflettere un po’ di più. Ecco perché mi sento di invitarli a considerare per quale ragione, per esempio, la foto del bimbo migrante riverso sulla spiaggia ha suscitato un numero di reazioni di gran lunga maggiore a quello ottenuto dalla diffusione di dati e dall’impostazione puramente tecnico-razionale della questione dell’immigrazione. Due punti chiave sono: l’immagine e l’identificazione. La letteratura offre entrambi e, prestando la giusta attenzione, quel bimbo fotografato è già materia letteraria.

da Bologna

Livia Corbelli

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