Riconoscimento del matrimonio e libertà di movimento dei lavoratori nell’Unione Europea

 

Questo articolo è ispirato a una conferenza del professor Jensen M. Scherpe1, tenutasi durante il mio corso di Diritto Comparato. Normalmente il Diritto di Famiglia non appartiene al mio indirizzo di specializzazione, ma le problematiche presentate a riguardo mi sono, sin da subito, sembrate troppo importanti per il loro impatto sulla società europea per lasciar cadere il discorso. Ho deciso, dunque, di esporvi in sintesi una dei principali questioni irrisolte del Diritto di Famiglia in Europa.

Dopo una breve introduzione, condita da qualche breve battuta sulla Brexit (era il 29 marzo, data della ratifica dell’articolo 50, atto che sancisce l’avvio del processo di uscita dall’Unione Europea), il nostro relatore impostò il suo discorso cominciando con alcune considerazioni su uno dei pilastri dell’Unione Europea: la libertà di movimento dei lavoratori.

Essa rappresenta una delle quattro libertà fondamentali delle quali possono godere i cittadini UE e garantisce il diritto di libero movimento e residenza per i lavoratori, il diritto di ingresso e di residenza per i familiari e il diritto di lavorare in un altro stato membro ricevendo un trattamento uguale ad un cittadino dello stato stesso. Alcune restrizioni sono attualmente applicate per cittadini di stati che hanno solo recentemente fatto il loro ingresso nell’Unione.

A tal proposito, però, sorge un problema per quanto riguarda la legislazione familiare, siccome non tutti vivono da soli, non sarebbe la situazione ideale doversi trasferire in Spagna, ad esempio, per lavoro, senza potersi portare con sé anche i familiari.

Vi chiederete allora, perché non dovrei poter portare con me anche la mia famiglia se la legge europea me lo consente come cittadino UE?

La risposta è semplice, in diversi casi la nostra potrebbe non essere un tipo di famiglia riconosciuto in un altro paese europeo, poiché le relazioni civili non sono regolate allo stesso modo in ogni stato2. Ad esempio nel caso di matrimonio con una persona dello stesso sesso in Francia, alcune difficoltà potrebbero sorgere trasferendosi in un paese che proibisce espressamente le unioni omosessuali nel proprio ordinamento, come accade in molti stati dell’Est-Europa3. Esistono differenze anche per il riconoscimento delle relazioni tra individui adulti in un’accezione più vasta.

Per agevolarci nella comprensione del problema, il professor Scherpe aveva distribuito uno schema nel quale erano elencate le varie disposizioni normative europee in materia. Questo valga a riprova delle numerose tecnicità e particolarità da considerare nello studio del tema della libertà di movimento dei lavoratori. Ovviamente più elevato sarà il numero di tipologie di famiglie riconosciute nei diversi stati, maggiori saranno le difficoltà e le probabilità che il proprio tipo di famiglia non venga riconosciuto in qualche stato europeo.

Mappa delle differenti strutture legislative in Europa fonte www.mapofeurope.com

 

Proverò a riassumere gli aspetti più rilevanti delle molteplici strutture giuridiche presenti in Europa, pur senza bisogno di andare troppo nel dettaglio sugli ordinamenti trattati a lezione.

Per un lungo periodo il diritto di Famiglia verteva quasi esclusivamente sulla disciplina del matrimonio, esisteva una parte riguardante i figli nati al di fuori del matrimonio, sebbene tali questioni fossero spesso sorvolate per non turbare l’equilibrio dell’unione matrimoniale.

In seguito, con il cambiamento della società gli stati furono costretti ad affrontare un fenomeno sempre più frequente, anche se non del tutto nuovo in effetti: la questione di coppie non sposate conviventi oppure, talvolta, di relazioni tra persone dello stesso sesso anch’esse conviventi. Perciò alcuni governi, i movimenti sociali e le lobbies iniziarono a lavorare e a discutere per plasmare una disciplina giuridica specifica. Nacquero così i vari modelli di “cohabitation”, forme di contratto di convivenza, regolate e tutelate con diritti specifici. In seguito furono legalmente riconosciute anche le unioni tra persone dello stesso sesso.

Il primo paese a compiere passi importanti in questa direzione è stato la Svezia, che emanò una legge a tutela delle coppie di fatto conviventi. In prima istanza applicata solo alle coppie eterosessuali, in un secondo momento estesa anche a coppie dello stesso sesso.

Analizzando la disciplina sulle unioni civili, il problema più grande riguardava l’assenza di una legislazione per le relazioni omosessuali, anzi, si doveva stabilire ancora quali principi seguire nella formulazione delle normative.

Il governo della Danimarca agì di conseguenza, seguendo l’esempio svedese, e divenne il primo paese a istituire una normativa sulle relazioni omosessuali. La legge danese sulle “registered partnership” prevedeva che fossero attribuiti gli stessi diritti del matrimonio, pur senza assegnare al nuovo istituto giuridico la stessa denominazione, ancora la società non era pronta. Nel 2012 la normativa fu sostituita da una nuova legge sui matrimoni tra persone dello stesso sesso, che divenne efficace dal 15 giugno 20124. L’opinione pubblica stessa apprezzò, in pochi anni il 90% dei danesi si dichiarò favorevole al riconoscimento giuridico per le relazioni tra individui dello stesso sesso.

Successivamente fu la Germania a presentare un progetto di legge per garantire un riconoscimento legale a coppie dello stesso sesso, un istituto molto simile a quello danese, senza, però, lo stesso valore del matrimonio poiché l’opinione pubblica tedesca non era concorde nell’estendere le regole sulle adozioni a coppie omosessuali5.

Anche il Regno Unito seguì il “modello nordico”, creando un istituto vicino al matrimonio, mantenendo una denominazione differente.

Altri paesi preferirono misure differenti, ad esempio, la Francia volle affrontare due problemi in una volta sola: le unioni civili e la questione sulle coppie dello stesso sesso. Il legislatore francese adottò come soluzione i “PACS”, con i quali assicurò un riconoscimento contemporaneamente sia alle coppie dello stesso sesso, sia risolse il problema di coppie conviventi non sposate eterosessuali. Il piano francese era strutturato su più livelli con differenti tutele. Infatti, si decise di mantenere per il matrimonio tradizionale un ruolo privilegiato e di primo piano, senza un equivalente per coppie omosessuali, ad un secondo livello fu inserita una forma di unione civile, inoltre fu istituita, anche, una forma di convivenza informale riconosciuta e, per concludere, all’ultimo livello gerarchicamente parlando, vi era la convivenza senza effetti legali.

Il Dr. Scherpe evidenziò diverse lacune e i problemi fondamentali in questo modello. Innanzi tutto presentava potenziali aspetti discriminatori, poiché molte persone in una relazione eterosessuale che non hanno intenzione di sposarsi, o non possono, non hanno alcuna alternativa per far in modo che i propri diritti siano riconosciuti, al contrario le coppie dello stesso sesso possono usufruire di un’unione civile senza ricorrere alle nozze. Le coppie di sesso opposto, tuttavia, possono contare su lobby più influenti. Nel 2013 la Francia aprì al matrimonio anche tra persone dello stesso sesso e risolse anche le questioni lasciate aperte dai “PACS”.

Nei Paesi Bassi il quadro è differente, è stata istituita una “ registered partnership”7, sin dal primo momento aperta anche a coppie dello stesso sesso, sostanzialmente equivalente al matrimonio, ma con alcune piccole variazioni sullo scioglimento dell’unione. Un aspetto indicativo, in questa vicenda, è dato dalla creazione di uno statuto apposito con caratteristiche, diritti e disciplina pressoché analoghe al matrimonio, contrassegnato da una denominazione differente, sintomo dell’opposizione ideologica all’utilizzo dell’istituto del matrimonio.

L’evoluzione della disciplina fu supportata anche da un parallelo sviluppo nella discussione a livello comunitario, per agevolare la libertà di movimento delle persone un’armonizzazione del diritto di famiglia era, e tuttora è, essenziale e prioritario, per coppie di sesso opposto o uguale.

Il rapido sviluppo giuridico nel campo del riconoscimento dei diritti alle coppie omosessuali può essere ricondotto anche al grande impatto in Europa di argomenti riguardanti i diritti umani in generale. Le leggi che salvaguardano i diritti di coppie dello stesso sesso nella società sono spesso ricollegati ai principi sui diritti umani, quali il diritto ad un trattamento uguale e alla non-discriminazione, che devono essere garantiti e difesi in una società democratica8.

In ultimo, un’altra questione sorge se un paese prevede una legislazione differente per relazioni tra coppie dello stesso sesso rispetto a quelle di sesso opposto, o viceversa, non collocandole sullo stesso piano, non garantendo a coppie omosessuali gli stessi diritti del matrimonio, o ancora non attribuendo ai nuovi istituti creati per riconoscere coppie omosessuali lo stesso nome.

Di quante alternative abbiamo bisogno? La risposta non è semplice, ogni paese ha un approccio diverso su questi argomenti anche influenzato dalla storia dell’istituzione matrimoniale in ogni stato, punto di partenza di ogni legislazione, e dall’aspetto culturale.

Ritornando al punto iniziale, perché il riconoscimento dei diritti delle coppie dovrebbe essere un tema particolarmente importante per l’Unione Europea? Perché nell’esercitare la nostra libertà di movimento9 vorremmo portare anche la nostra famiglia con noi. Se il nostro modello di famiglia all’estero non esiste, siamo nei guai. Ad esempio se io avessi stipulato un PACS in Francia e volessi andare in Germania, non troverei nessun istituto del genere lì. Lo stesso discorso varrebbe se fossi in una relazione informale in Svezia, non potrei portare con me alcuna tutela giuridica familiare, mettiamo caso, trasferendomi in Belgio.

Sarebbe necessario, quantomeno, legiferare a livello di Diritto Privato Internazionale per tentare di risolvere queste problematiche. È davvero complicato trovare punti di accordo. Nel caso di relazioni formalizzate, esistono già regolamenti e accordi per alcuni casi, ma solo in un numero limitato di giurisdizioni. Sfortunatamente, a causa di queste mancanze, ancora non possiamo considerare la libertà di movimento dei lavoratori come effettiva. Il Dr.Scherpe ha sottolineato un altro paradosso del diritto di Famiglia europeo, prendiamo come esempio una relazione tra persone dello stesso sesso sotto la disciplina della “cohabitation legale”10 in Belgio, qualora questi soggetti si trasferissero in Inghilterra, la relazione sarebbe riconosciuta come “civil partnership”, equiparabile al matrimonio, certamente diverso per diritti attribuiti rispetto alla condizione nel paese di origine. La legge britannica non ha gli strumenti per attuare queste distinzioni. Improvvisamente ci si troverebbe ad essere “sposati” seppure non fosse quanto desiderato.

Il discorso può verificarsi anche in senso opposto, prendendo la residenza in un altro paese si può anche incorrere in una riduzione dei propri diritti passando ad un istituto di grado inferiore. In sintesi, con il solo esercizio della libertà di movimento all’interno dell’Unione Europea si passa volontariamente e consapevolmente ad un diverso status giuridico e a possedere diritti differenti, una conseguenza incoerente e inaccettabile all’interno di un’Unione fondata sui valori di uguaglianza e non-discriminazione. Noi, cittadini europei, abbiamo il dovere morale e pratico di trovare una soluzione a questo problema. La famiglia dopotutto è una delle cose più importanti della vita umana, per alcuni la più importante. La famiglia viene prima di ogni altra cosa. Citando il dr. Scherpe – “La famiglia rimane il centro della nostra esistenza umana, non riuscire a vivere per un vuoto nel nostro centro più intimo è una delle esperienze più brutali che si possano avere”.

È probabile che il matrimonio come istituzione continui a rappresentare un modello importante in parallelo ad altre forme, anche in futuro e che rimanga uno status civile in Europa, almeno finché continua a dimostrare flessibilità e adattabilità ai valori in una società in cambiamento11. La ragione per la quale esiste un diritto di Famiglia è da ricondurre al fatto che la legislazione generale non è sufficiente per tutelare le relazioni familiari. Sfortunatamente i veri sconfitti per queste carenze e inefficienze sono i bambini, oltre ogni posizione personale sul matrimonio, ognuno di noi dovrebbe concordare sul fatto che i figli siano incolpevoli. La comunità dovrebbe proteggerli se una coppia non appartiene alla legislazione riconosciuta, altrimenti i difetti e le disfunzioni di un ordinamento eccessivamente variegato o incompleto ricadrà su di loro.

Iliya Dzhongarov

 

Riferimenti:

 

1 Dr Scherpe is a Senior Lecturer in Law at the University of Cambridge, a Lecturer and Fellow of Gonville and Caius College, he is an Honorary Fellow of St. John’s College – University of Hong Kong, and also he is an Academic Door Tenant at the Barristers’ chambers Queen Elizabeth Building (QEB) in London. In this moment of time, he is a Visiting Professor at the University of Hong Kong and the Katholieke Universiteit Leuven (Catholic University of Leuven) in Belgium where he teaches courses on Comparative Family Law. Namely it was in this last context that I had the pleasure of meeting Dr Scherpe who came to tell me and my colleagues about the problems of legal recognition of adult relationships in the Comparative Family Law through the spectrum of European legislation

2 It is up to each Member State (and not the EU) to decide whether it will allow or recognise same-sex marriages or partnerships. Article 6(2) of the EU Treaty requires Member States to comply with fundamental rights including the prohibition on sexual orientation discrimination, when they are applying EU law. So although EU law does not oblige Member States to allow or recognise same-sex partnerships or marriages, it does oblige Member States to treat same-sex couples equally to opposite sex couples when they are applying EU law (including the law relating to free movement, migration and asylum).

3 Constitutions of Armenia, Bulgaria, Croatia, Hungary, Latvia, Moldova, Montenegro, Poland, Serbia, Slovakia and Ukraine recognizes marriage only as a union of one man and one woman

4 Lov nr. 532 af 12.06.2012

5 Civil Partnership Act 2001

6 Loi n° 99-944 du 15 novembre 1999 relative au pacte civil de solidarité

7 On the 1st of January 1998 by the insertion of art. 80a to 80e into Book 1, by the law of 5 July 1997 (Staatsblad 1997, nr. 324)

8 Carolline Sörgjerd, “Marriage in a European perspective”, in European family law Volume III, Jens M. Scherpe, Eduard Elgar, 2016 pp.24

9 The Free Movement Directive 2004/38/EC allows an EU citizen, under certain conditions, to move and reside within the EU with their spouse. If the host State treats registered partnerships as equivalent to marriage, then registered partners will have the same rights as ‘spouses’ under the Directive. A citizen has the right to stay in another Member State for up to three months. If a citizen wishes to remain longer they must be a worker, student, or person of independent means. A citizen can bring their spouse with them to reside in the host Member State, even if the spouse does not fall themselves into one of the categories given above. However, if the host Member State does not recognise same sex marriages or partnerships then this person only has a right to join their partner if they themselves fall into one of these categories.

10  Deux personnes qui vivent ensemble et font une déclaration de cohabitation légale à l’administration communale de leur commune de résidence, sont des cohabitants légaux. Cette déclaration leur confère une certaine protection juridique.

La cohabitation légale est accessible à toutes les personnes qui vivent ensemble en Belgique. Il peut donc s’agir d’un couple hétérosexuel ou d’un couple homosexuel. Vous pouvez également cohabiter légalement avec un membre de votre famille ou avec toute personne avec laquelle vous entretenez des relations sans connotation sexuelle., https://www.belgium.be/fr/famille/couple/cohabitation/cohabitation_legale

11 Carolline Sörgjerd, “Marriage in a European perspective”, in European family law Volume III, Jens M. Scherpe, Eduard Elgar, 2016 pp.40

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