Lo stato dell’Unione (Europea)

È giunto il momento delle nuove elezioni europee, e mai prima d’ora come oggi, dalla sua creazione, l’Europa è stata così minata nelle sue fondamenta.

Lo scoppio della Brexit e il modo in cui si è giunti a quel referendum hanno reso chiaro che ciò che una volta sarebbe stato impensabile, oggi può invece accadere.

Da molte parti e in tutta Europa, si sentono forti le voci che si scagliano contro l’Europa che viene additata come un inutile (se non dannoso) ingombrante carrozzone. Queste voci sembrano non doversi fermare dal momento che propongono il sicuro riparo del cosiddetto “sovranismo”, percepito come vicino ai bisogni della gente, come alternativa da contrapporre alla comune istituzione europea narrata come pesante macchina burocratica lontana dai bisogni della popolazione.

Che ha a che fare tutto questo con noi? Le nuove elezioni diranno qual è la futura direzione che prenderà l’Europa, e il futuro appartiene a noi: la cosiddetta generazione Erasmus e a chi verrà dopo di noi.

Ecco che qui noi, coloro che sono cresciuti con e nella moderna UE, non vogliamo fare della propaganda di questa o quella parte. Ciò che vogliamo invece, è mostrare cosa vuol dire essere cresciuti e vivere nell’UE, prendendo ispirazione dalla nostra vita giornaliera, da ciò che tocchiamo con mano ogni giorno nel nostro lavoro e con i nostri studi, dal modo in cui noi immaginiamo il nostro futuro.

“Abbiamo fatto l’Europa, ora facciamo gli Europei”

Quando viene chiesto di parlarne, è sempre difficile cominciare da un qualche punto. C’è sempre il rischio di dire qualcosa di banale e di dire tutto e niente assieme, a maggior ragione del fatto che (almeno io) ho poche memorie del mondo prima dell’Unione come la conosciamo oggi.

Detto ciò, potrei semplicemente cominciare con la mia condizione attuale: 25 anni, da una normalissima famiglia della classe media, laureato (no, niente Bocconi o altra università privata), Italiano residente in Svezia, ho un lavoro d’ufficio in un’azienda che mi porta tuttavia a viaggiare per lavoro abbastanza di frequente per l’Europa. Tuttavia oggi, (in questo preciso momento nel quale sto scrivendo), sono a bordo di un aereo diretto negli Stati Uniti dove mi sto recando sempre per lavoro.

Pertanto, in questi giorni ho fatto esperienza di qualcosa di nuovo e diverso dal solito per quanto riguarda la preparazione del viaggio: il visto e le procedure per entrare in un altro paese.

Che significa ciò? A prima vista potrebbe sembrare che non ci siano altre implicazioni che il portare con sé il passaporto e mostrarlo alla dogana, ma è molto più di questo.

Prima di tutto, ho dovuto effettuare la procedura per il visto, spendendo non solo tempo ma anche i soldi per la pratica. Questo tempo l’ho speso anche per la diversa procedura per il check in del mio volo. Volo che è stato poi ritardato (insieme ad altri quattro voli per gli Stati Uniti) a causa di alcuni problemi nel controllo dei passaporti che hanno reso necessario ricontrollare i documenti di tutti i passeggeri creando lunghe code. Code che probabilmente dovrò affrontare all’arrivo quando mi chiederanno nuovamente il passaporto, il visto e il modulo di dichiarazione dati (per il quale non si riesce mai a trovare una penna).

Ora: uno potrebbe dire che non si tratta d’altro che di un paio di noiose procedure e potrei essere d’accordo. Ma riuscite a immaginare cosa potrebbe significare in termini monetari e di tempo avere questo tipo di costi e procedure per un’azienda come quella per cui lavoro io con uffici in tutta Europa se ci fosse la stessa procedura anche per ogni Stato oggi nell’UE?

Riguardo al passaporto poi, c’è un’altra cosa da considerare e di cui ho fatto esperienza quando sono andato a fare un’esperienza lavorativa in Thailandia. All’ultima pagina del passaporto c’è scritto:
“Ogni cittadino dell’Unione gode, nel territorio di un Paese terzo nel quale lo Stato membro di cui ha la cittadinanza non è rappresentato, della tutela da parte delle autorità diplomatiche e consolari di qualsiasi Stato membro, alle stesse condizioni dei cittadini di detto Stato”.

Questo non significa solamente avere protezione per ogni evenienza quando ci si trova in altri posti nel mondo, ma che tale protezione e aiuto lo si ha da un’istituzione importante come l’UE che ha importanti relazioni in tutto il mondo. Di nuovo: potrebbe sembrare banale, ma se credete che sia così potete chiedere l’importanza di ciò al mio collega indiano che fece il terribile errore di andare per qualche giorno di vacanza in Vietnam per ritrovarsi a trascorrerli in ambasciata a Hanoi per problemi con il visto.

Fino ad ora ho parlato del passaporto in sé, non ho ancora parlato invece è che non solo l’Unione Europea mi sta permettendo di evitare costi e procedure di viaggio, ma mi permette di vivere in un altro Paese rispetto all’Italia e far sì che fosse più o meno come se fossi rimasto all’interno dei confini nazionali ma avessi semplicemente cambiato città. Una scelta che ho fatto, oltre che per altre ragioni, anche per fare esperienza all’estero e sviluppare le mie capacità e competenze oltre che la mia persona.

Rispetto al passato o ad altri Paesi, questo significa che non ho bisogno di permessi di soggiorno o di altro tipo per stare in un Paese che non è il mio originario e che mi sono riservati molti dei benefit che ha un cittadino svedese.

Che differenza c’è? Per questo invece, dovreste chiedere allo stagista che sta cominciando a lavorare con me: dal momento che viene dal Pakistan, Paese extra-UE, non solo ha bisogno di un contratto per avere il permesso di rimanere in Svezia, ma ha anche dovuto pagare tasse universitarie molto alte per studiare all’università. Se per esempio io invece volessi cominciare un percorso universitario, non dovrei pagare alcuna tassa, come per un cittadino svedese.

Quindi alla fine? Alla fine l’Europa come è oggi probabilmente non è perfetta, ma già così come è ora ha dato a me che ci sono cresciuto dentro la possibilità di studiare all’estero facendomi fare l’Erasmus che mi ha fatto crescere come persona e ha sviluppato le mie competenze e la mia conoscenza. Mi ha permesso di andare al di fuori dell’UE, sentendomi comunque protetto e mi sta dando l’opportunità di vivere all’estero facendomi comunque sentire vicino a casa.

Se vogliamo poi vederla da un altro punto di vista, quello del business, anche qui l’Unione Europea ha portato dei vantaggi permettendo di abbattere costi, sviluppando maggiori competenze e maggiore collaborazione nella forza lavoro, facilitando la creazione di ambienti di lavoro e team multiculturali, permettendo alla fine alle aziende europee di competere su scala globale.

Dal punto da cui sto vedendo il mondo e il mio futuro quindi, l’Europa non è poi così male.

Filippo Paggiarin

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